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      l'importanza di un fenomeno non si misura dalla quantità di materia che esso coinvolge,
      bensì dalla quantità di ignoto che attraverso ad esso si rivela: perciò molti fisici teorici
      e sperimentali, in Europa e in America, si dedicarono allo studio della fissione. Ed ecco
      che, nel modo più inaspettato, si presentò la possibilità che le reazioni nucleari uscissero
      dal dominio della cosiddetta scienza pura per entrare nel campo della fisica applicata.
         Uno dei primi, se non il primo, ad intravedere per via teorica questa lontana possibilità
      fu appunto Fermi. Infatti, in una riunione di fisici nel gennaio 1939 egli fece notare. che
      vi erano forti argomenti teorici in favore dell'ipotesi che la fissione di un atomo di uranio
      fosse accompagnata dall'emissione di uno o più neutroni. Ed era chiaro che, se i neutroni
      emessi fossero stati più di uno, essi avrebbero potuto a loro volta provocare altre fissioni
      in numero sempre crescente e così propagare la reazione all'intera massa di uranio anziché
      a una parte infinitesimale di essa. Una simile "reazione a catena", ammesso che fosse
      possibile, avrebbe sviluppato quantità di energia e di sostanze radioattive di un ordine
      di grandezza fino allora impensato.
         Esperienze eseguite in vari laboratori in Europa e in America confermarono subito
      la giustezza di questa ipotesi. Ma, dopo la pubblicazione di questi primi risultati, che
      facevano intravedere la possibilità di applicazioni militari, le ricerche furono continuate,
      in Germania e in America, nel più rigoroso segreto.
         A New York, Fermi alla testa di un piccolo gruppo di valenti collaboratori ebbe l'in-
      carico di realizzare praticamente quella "reazione a catena" che la teoria indicava come
      probabilmente possibile, e che avrebbe portato l'energia nucleare nel dominio delle ap-
      plicazioni pratiche. Tuttavia, dalla possibilità teorica alla realizzazione pratica il divario
      era assai grande, perché la sostanza capace di dar luogo alla reazione, cioè l'uranio 235, si
      presenta sempre in natura misto con una quantità assai maggiore del suo isotopo uranio
      238, che ostacola la reazione assorbendo i neutroni prima che possano produrla. Separare
      i sue isotopi offriva difficoltà tecniche grandissime che solo più tardi, e con mezzi colos-
      sali, furono superate. Ma Fermi e Szilard seppero aggirare la difficoltà con un artificio
      assai semplice ed elegante: quello di distribuire dei pezzi di uranio, a opportune distanze
      l'uno dall'altro, in una grande massa di grafite purissima. Era così inventata la prima
      pila nucleare.
         La costruzione incontrò molte difficoltà, perché l'uranio disponibile era poco, le sue
      proprietà mal conosciute, e inoltre le più piccole tracce di impurità nel metallo o nella
      grafite potevano impedire la reazione assorbendo i neutroni. I lavori sulla pila si svolsero
      prima alla Columbia University e poi all'Università di Chicago, dove Fermi si trasferì
      nell'aprile 1942. Il 2 dicembre di quell'anno, data ormai consacrata alla storia, la pila
      di Fermi realizzo per la prima volta sulla Terra la fissione a catena, aprendo all'uomo
      sconfinate possibilità nuove, che oggi non possiamo che intravedere in minima parte.
         La pila, come è noto, è una grande sorgente di energia e di sostanze radioattive, ma,
      oltre a questi benefici prodotti, essa può servire a fabbricare il plutonio, con cui si fanno le
      bombe atomiche. È una constatazione ovvia, per quanto triste, che senza questo scopo in
      vista nessun governo avrebbe compiuto il grande sforzo finanziario e industriale necessario
      a realizzare la pila. Ma quando, nel 1939, il mondo si era diviso in due campi avversari,
      i fatti fondamentali della fissione erano già di pubblica ragione, così che, durante la
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